San Vigilio tra Gesuiti e Benedettini

«Questo è il mio riposo per sempre;qui abiterò, perché l’ho desiderato» (Salmo 132): la seconda giornata di studi sulla chiesa diSan Vigilioa Siena, con le relazioni di Richard Böesel e Gianluca Amato, hanno donato viva coscienza alla dimora del Signore presente nella nostra città, sede della Cappella Universitaria, e in cui il Signoresceglie ancora di dimorare in noi.La relazione del professorRichard Böesel, esperto di architettura gesuitica, ha aperto il convegno riuscendo a dilatare anche le nostre menti alla percezione dello spazio del tempio di San Vigilio, declinato secondo le tendenze architettoniche italiane ed europee del Seicento e le peculiarità stilistiche della Compagnia di Gesù. Ci ha presentato un excursussui principi di architettura seguiti dalla SocietasIesu e sulla figura e la formazione di Orazio Grassi, membro dell’Ordine, noto per le sue grandi doti matematiche, astronomiche e architettoniche, che si occupò del progetto definitivo dell’edificio di San Vigilio, di cui fu peraltro rettore. Le qualità del gesuita erano così spiccate da determinare il mancato assenso della Compagnia alla sua partenza per la missione di evangelizzazione dell’Etiopia, nonostante il carisma dell’Ordine fosse distintamente missionario e la loro perizia architettonica il mezzo privilegiato con cui suscitare lo stupore dei popoli e il desiderio della conversione. Grassi era troppo necessario a Roma, dove ottenne cariche di responsabilità proprio a servizio del corpo centrale della Compagnia. La sua mansione di consiliariusaedificiorum, ovvero di revisore di tutti i progettirealizzati per conto della curia generalizia gesuitica, è fondamentale, oggi, per comprenderne la plasticità del pensiero e l’originalità che pure inserì nella realizzazione di San Vigilio. Grazie al percorso tracciato dal professor Böesel, abbiamo potuto ammirare come Grassi, già a partire da pochi elementi profondamente legati alla liturgia, quali lo spazio concepito per il tabernacolo e quelloriservato al rito penitenziale che permette al fedele di abitare la sacralità del luogo, cerchi di non rinunciare al decoro classicheggiante, di sfruttare lo spazio a disposizione e di proiettare tutto e tutti, ancora dopo secoli, all’unico vero centro del tempio e della vita. Non scegliendo per i confessionali un’alternanza paratattica con le cappelle, come era in voga in Italia, né associandoli ad ogni altare laterale, sacrificando gran parte dello spazio liturgico come accadeva oltralpe, o relegandone la presenza nelle sacrestie, come era ormai necessaria abitudine gesuita,Grassiriesce a fare proprie le novità migliori del suo tempo, senza sacrificare né la solidità né l’armonia della costruzione. Incorporando i confessionali nelle pareti delle cappelle laterali, sceglie per la parte sovrastante di San Vigiliouna struttura a fasce che non sovraccarichi il muro indebolito dalla presenza del ricavato spazio penitenziale e che lasci l’accesso solo alle fonti di luce che convergeranno anch’esse verso l’unica volta dell’edificio, preparata gradualmente per la sua imponenza e centralità, quella dedita ad accogliere la presenza di Cristo, facendo della nostra chiesa un gioiello di architettura in cui si bilanciano perfettamente la rispondenza ai principi gesuiti e la creatività del genio del suo progettista.

La relazione di Gianluca Amato, invece, ci ha permesso di entrare nel vivo della stratificazione storica che ha lasciato in San Vigilio le sue tracce. Grazie al rinvenimento di una tela in un vano della chiesa, segnalata dal rettore della Cappella Universitaria, Don Roberto Bianchini,il giovane studiosodell’Università di Siena ha avuto la possibilità di studiare quest’inedita e dimenticata opera, aprendo uno squarcio di conoscenza suun periodo di importanti avvicendamenti nella storia di San Vigilio, l’epoca vallombrosana. Con la brusca chiusura dell’ordine, nel 1773, i monaci benedettini, forti dell’appoggio del granduca Pietro Leopoldo,acquisironosvariati beni appartenuti in precedenzaallaCompagnia, tra cui l’ex collegio gesuitico di San Vigilio aSiena. La loro presenza nell’edificio è testimoniata visibilmente dall’altare per il Beato Torello e dai vari cambiamenti che apportarono all’iconografia di alcuni santi gesuiti, trasformandoli in santi benedettini, soprattutto nell’area del presbiterio. Dalle notevoli dimensioni della tela ritrovata, raffigurante la Gloria di San Giovanni Gualberto, e da alcune memorie settecenteschecomprendiamo subito che si tratta di una pala d’altare concepita per sostituire quella di Mattia Preti, tutt’ora esposta, con la Gloria di Sant’Ignazio.L’opera raffigura in alto San Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosanie, in basso, procedendo da sinistra verso destra, i principali Santi benedettini o affiliati della Congregazione vallombrosana: Sant’Atto, vescovo di Pistoia, Santa Umiltà, il nobile Pietro Igneo che, per testimoniare a favore di Giovanni Gualberto, passò indenne sui carboni ardenti, Santa Scolastica e San Bernardo degli Uberti. La pala è stata realizzata da Francesco Gambacciani, artista di origini fiorentinepoco noto ma lungamente attivo in Toscana, di buone capacità e tenuta qualitativa. Le ricerche effettuate da Gianluca Amato hanno messo in evidenza il travagliato e improvviso avvicendamento dei monaci benedettini nell’ex chiesa dei Gesuiti di Siena, potendo meglio comprendere quella componente identitaria che forse, oggi, trascuriamo di tutelare. Nella diatriba infatti, attestata anche nei documenti rilevati dallo studioso e conservati nell’Archivio di Stato di Siena, non c’è solo la storia di una Compagnia e di una Congregazione che si susseguono, ma di famiglie e personalità legate ora alla fortuna di uno, ora alla sfortuna dell’altra, perdendo o acquistando, con ogni aggiunta o cambiamento apportati alla chiesa, un pezzo di vita, un pezzo di sé stessi. Intrecciandofonti e documenti alle persistenze figurative presenti in San Vigilio, Gianluca Amato è riuscito a proporci un’esatta ricostruzione di tutto quanto fu modificato e adattato all’insediamento dei vallombrosani, e di quanto questo passaggio influì sulle coscienze soprattutto degli ex possessori dell’altare maggiore, cuore della liturgia. Datando la tela rinvenuta, attraverso lo spoglio dei referti d’archivioe il diretto confronto stilisticocon un’analoga pala d’altare dipintadallo stesso Gambaccianiper la chiesa di Sant’Ignazio ad Arezzo, al 1775, Amato ha donato voce all’eco dei passi che, in quegli anni di insediamento, furono percorsi per sentire propria una chiesa, esattamente come ne avvertiamo il bisogno noi, oggi.

Author: Alberto Laschi

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