«Anche uno solo di questi bambini ci chiama ad aprire occhi e cuore all’ascolto della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro». È nelle parole del cardinale Augusto Paolo Lojudice il senso più profondo della 112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, celebrata ieri mattina nella basilica di San Bernardino all’Osservanza, e concelebrata da mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes. Una celebrazione che ha posto al centro i più fragili tra i fragili: quei bambini e adolescenti che, spesso senza averlo scelto, si trovano a percorrere le strade dell’esilio, della fuga e della speranza.
Alla Messa hanno partecipato, accanto alla comunità senese e alle rappresentanze delle diverse comunità migranti, numerose autorità cittadine: il rettore dell’Università di Siena Roberto Di Pietra, il prefetto Valerio Massimo Romeo, il sindaco Nicoletta Fabio, il questore Ugo Angeloni, un comandante in rappresentanza della Guardia di finanza, il comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Giulio Modesti, e il presidente della Fondazione Mps, notaio Riccardo Coppini.
Nell’omelia, Lojudice ha ripreso il messaggio di Papa Leone XIV, ricordando che «i minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche che fanno appello alla nostra coscienza». Dietro le cifre, dunque, ci sono esistenze segnate dalla guerra, dalla povertà, dalla violenza, dalla perdita dei genitori o dalla dolorosa separazione dalle proprie famiglie.
«La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi», ha osservato il cardinale, richiamando la necessità di superare «quel distacco che riduce l’essere umano a un dato, a un numero». E proprio in quel «solo» contenuto nel tema della Giornata — «Anche uno solo di questi bambini» — si concentra il valore di una responsabilità che non può conoscere confini: «La vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa».
La riflessione di Lojudice è quindi tornata al Vangelo dei due figli chiamati dal padre a lavorare nella vigna. Una parabola che interroga ciascuno sulla distanza tra le intenzioni e i fatti e che invita a non cedere alla rassicurante presunzione di essere già «a posto». La fede, ha spiegato il cardinale, è invece un incessante esercizio di conversione, capace di trasformare il riconoscimento dell’errore in responsabilità.
«Il cambiamento di vita è segno di coraggio, di forza, di energia, di chi non ha timore di fare passi diversi, di iniziare un percorso diverso», ha sottolineato.
Un invito che, nel giorno dedicato a migranti e rifugiati, assume il volto concreto dell’accoglienza. Perché davanti alla vulnerabilità di un bambino non vi sono statistiche né confini, ma una responsabilità da assumere. «In particolare i bambini devono essere i più tutelati, i più attenzionati», ha concluso Lojudice.
( Fonte: La Nazione a cura di Ludovico Andreucci).







