Giornalisti, teologi, psicoterapeuti, consacrate, medici, scienziati, docenti, poeti. Credenti e non credenti. Per cinquantaquattro domeniche, lungo tutto il Giubileo, dal 6 gennaio 2025 fino al 5 gennaio scorso, Avvenire ha ospitato la rubrica “In cosa speriamo”, con riflessioni sul tema della speranza affidate a decine di autori.
Il risultato è un “pellegrinaggio” tra i desideri e le fatiche degli uomini e delle donne del 2025, che tocca ogni aspetto della vita. Un’immersione nel reale, per provare a comprendere su cosa si fonda la fiducia dell’essere umano oggi.
Per il teologo Pierangelo Sequeri, che ha aperto e chiuso la rubrica, la «speranza cristiana non è probabilità dei calcoli dell’uomo» ma «certezza dei possibili di Dio». Guardando all’Anno Santo, per il giornalista Marcello Veneziani la speranza era invece quella di un «tempo» propizio per iniziare a ricucire «le divisioni interne alla Chiesa cattolica, tra visioni progressiste e conservatrici», ma anche per approfondire il «dialogo interreligioso». Di “speranza” ed intelligenza artificiale ha parlato padre Paolo Benanti, teologo e filosofo esperto di IA. « La speranza, in ottica cristiana e umanista – ha scritto – risiede nel vedere il digitale come occasione di essere protagonisti e non spettatori del proprio tempo». Essa, si legge ancora, «si incarna nell’impegno concreto: lottare per una digitalizzazione che non lasci indietro nessuno, riappropriarsi del tempo, promuovere la creatività umana e il dialogo». Nella «fede laica» della scrittrice Lisa Ginzburg, invece, una forma di speranza sta nell’«istintivo ottimismo sulla capacità del tempo di riassestare e riequilibrare le cose». Con il pensiero alle crisi globali del tempo attuale, l’arcivescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, ha sottolineato come «il nocciolo della speranza» sia «il desiderio fiducioso di “ritrovare” coloro che ci amano e che amiamo». Questo desiderio, ha specificato, «sostiene nelle malattie gravi, nelle guerre, nelle violenze, nelle miserie». Vero strumento di speranza, per il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza, è la famiglia. «Sminuire il suo ruolo centrale significa fare acquistare rilievo a valori fasulli – ha scritto –. Dobbiamo mettercela tutta non per fare guerre ideologiche ma per dimostrare che senza la famiglia andremo solo alla deriva». Allo chefDavide Rafanelli, invece, da diversi anni la Sla «ha cambiato il volto della speranza». Volto che, come ha scritto su Avvenire, oggi «è più profondo» perché «si nutre del presente e dell’amore della famiglia » in attesa di una cura . Si può sperare in un futuro migliore, secondo Luciano Violante, già presidente della Camera, solo «ricostruendo, anche laicamente, la sacralità della vita e della morte, per non diventare preda del cinismo». Per l’ex magistrato non basta chiedere la pace, ma occorre prima ancora «battersi per la vita». Quando si perde la speranza, ha messo in guardia l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, si inizia a «delegare ad altri il futuro», ed è questo il «pericolo maggiore della società in cui oggi viviamo», la «conseguenza di una politica che preferisce scegliere l’oggi senza pensare al domani». Secondo Prodi, «non si può costruire una speranza collettiva se non si ha il coraggio di abbandonare i nazionalismi e di operare per dare vita a una solidarietà » autentica fra i Paesi. Per lo psicoterapeuta Alberto Pellai, invece, «ridare speranza al futuro» significa «nutrire la vita» degli adolescenti con una «tensione che li spinge a tenere lo sguardo rivolto verso il cielo» e non verso i cellulari… Di “speranza”, poi, si muore anche, come ha ricordato il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, raccontando le storie dei migranti «che cercano una via di salvezza in Europa o in America e non ce la fanno». Quel «che preme alle frontiere del Nord o alle nostre coste», è «un’onda di speranza, è il rifiuto della rassegnazione e della disperazione, è la scommessa aperta e fiduciosa sul futuro». Ecco allora, come ha scritto la filosofa Paola Muller, che «il Giubileo non è evasione dal presente, ma una chiamata a vivere il tempo con profondità», da «“pellegrini verso l’eterno” », come scrive sant’Agostino. Gli articoli della rubrica, a cui hanno partecipato molti altri autori, tra cui anche dom Bernardo Gianni, abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte a Firenze, suor Alessandra Smerilli, segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la \vita, saranno raccolti in un volume con Vita e Pensiero, la casa editrice dell’Università Cattolica.
QUI IL TESTO DEL CONTRIBUTO DEL CARD. LOJUDICE:

